Si è da poco concluso l’ottavo European Lupus Meeting, tenutosi a Porto, in Portogallo, dal 6 al 9 Aprile ultimo scorso, un appuntamento importante e stimolante per tutti coloro che si occupano di Lupus Eritematoso Sistemico (LES). Nel suggestivo centro congressi dell’Alfandega, i maggiori esperti di LES e centinaia di medici provenienti da tutto il mondo, si sono riuniti per affrontare i diversi aspetti di una malattia eterogenea quale è il LES.

I temi affrontati durante il congresso hanno riguardato la patogenesi, la terapia e la diagnosi precoce del LES, ma sono stati affrontati anche gli aspetti più importanti delle malattie associate, fra le quali osteoporosi, malattie cardiovascolari, diabete indotto da corticosteroidi.

Il congresso si è aperto con una sessione estremamente interessante, intitolata “So this is Lupus” nella quale sono intervenuti esperti, fra cui il Prof. Graham Hughes di Londra, che hanno riassunto le attuali conoscenze sui meccanismi alla base della malattia e sulle manifestazioni cliniche con cui essa può presentarsi. In particolare è stato riassunto il lavoro svolto della task force dell’EULAR (“European working party on SLE”) a partire dal 1993, anno nel quale il gruppo di ricerca venne istituito, a cui si è aggiunto nel 1996 il cosiddetto “European forum on antiphospholipid syndrome” che si occupa in modo specifico di Sindrome da Anticorpi anti-fosfolipidi. Il gruppo di lavoro dell’EULAR ha affrontato in questi anni differenti tematiche grazie alla collaborazione di numerosi centri europei, rendendo possibile la valutazione di diversi aspetti della malattia.

Notevole rilevanza è stata data alla valutazione dei fattori genetici che sembrerebbero intervenire nel determinismo della malattia. Tutti i relatori che hanno affrontato questa tematica hanno ribadito l’importanza dell’identificazione di questi fattori, potenzialmente in grado di fornire informazioni relative all’evoluzione della malattia ed alla possibilità di rispondere ad un determinato trattamento. Inoltre, l’identificazione di nuovi fattori genetici potrebbe fornire informazioni per lo sviluppo di nuove terapie. Grazie a studi multicentrici che hanno previsto l’arruolamento di un elevato numero di pazienti, sono stati identificati molti geni (fra i più recenti STAT-4, ITGAM, IRF5, BANK1) coinvolti nel determinismo della malattia.

Un’altra tematica affrontata da diversi relatori ha riguardato la possibilità di identificare nuovi marcatori, in grado di fornire informazioni precise ed attendibili riguardanti lo stato di attività di malattia. Fra le molecole proposte l’interferon (elevati livelli di questa molecola sembrerebbero associati a riattivazione della malattia), il BLys (stimolatore dei linfociti B, i cui livelli sembrerebbero predire la risposta al trattamento con determinati farmaci) e gli anticorpi anti-alfa-actinina (diretti contro un antigene presente a livello renale e quindi coinvolti nella nefrite lupica). Sono stati inoltre proposti marcatori presenti nelle urine di pazienti con Lupus con coinvolgimento renale: la molecola neutrophil gelatinase associated lipocalin, che sembrerebbe associata al danno renale, e la presenza di specifiche cellule (linfociti T) che potrebbero essere un marcatore in grado di stimare l’attività del coinvolgimento renale.

Grande spazio è stato dato alla valutazione dei risultati ottenuti dal trattamento con nuove terapie. Sono stati presentati i risultati del cosiddetto protocollo Rituxilup, che prevede l’impiego di Rituximab, un farmaco biologico diretto contro la molecola CD20 presente sulla superficie dei linfociti B, come terapia di attacco nel trattamento della nefrite lupica ed una successiva terapia di mantenimento con il Micofenolato mofetile. I risultati di questo studio sono incoraggianti, mostrando una risposta, definita con precisi parametri, nell’80% circa dei pazienti trattati. È in corso presso il gruppo londinese di Isenberg un nuovo protocollo che prevede il confronto diretto fra Rituximab e Micofenolato mofetile in pazienti affetti da nefrite lupica.

Grande risalto è stato dato ad un altro farmaco il cui impiego è stato da poco tempo approvato dalla Food and Drug Administration (per l’Europa, in particolare l’Italia, sarà necessario attendere almeno 2 anni) per il trattamento del LES. Si tratta dell’anticorpo monoclonale belimumab (Benlysta®), diretto contro la molecola BLys, precedentemente citata quale marcatore di attività di malattia. In particolare sono stati presentati i risultati di due studi di fase III (BLISS 52 e BLISS 76, ai quali ha partecipato anche il nostro centro) che hanno arruolato complessivamente un totale di 1.684 pazienti con LES, i risultati dei quali sono stati presentati dal professor Van Vollehnoven durante il congresso. I risultati ottenuti da queste sperimentazioni suggeriscono come belimumab sia in grado di ridurre l’attività della malattia nel LES ed anche l’occorrenza di riacutizzazioni severe. Oltre ai buoni dati di efficacia, il farmaco ha mostrato un buon profilo di sicurezza: gli eventi avversi più frequentemente osservati sono stati infezioni ed eventi neuropsichiatrici. Accanto al Belimumab, diversi altri farmaci si stanno dimostrando efficaci, quali l’Epratuzumab (anti-CD22), l’Abatacept (CTLA4Ig) ed il Tocilizumab (anti-IL6), farmaci già impiegati per il trattamento di pazienti affetti da artrite reumatoide con risultati promettenti.

Grande importanza è stata data anche alle comunicazioni inviate da gruppi di ricerca di tutto il mondo, con comunicazioni orali e poster che hanno rappresentato spunto interessante di discussione e riflessione. Il nostro gruppo di ricerca della Lupus Clinic ha presentato i risultati preliminari di 3 differenti progetti tuttora in corso. In due poster sono stati affrontati aspetti differenti della patogenesi della Sindrome da Anticorpi antifosfolipidi, un argomento estremamente interessante ed oggetto di discussione. In particolare è stata valutata la prevalenza di uno specifico tipo di anticorpi, diretti contro una molecola chiamata vimentina citrullinata, nei pazienti affetti da APS ed il loro ruolo. Il secondo poster ha valutato il cosiddetto “second hit”: è tstato precedentemente suggerito come la presenza degli anticorpi antifosfolipidi non sia sufficiente da sola a determinare lo sviluppo di eventi trombotici, peculiare manifestazione clinica dei pazienti affetti da questa malattia, ma sia necessario il cosiddetto “secondo colpo”, quindi un fattore di rischio aggiunto. Abbiamo quindi valutato la presenza di alti fattori di rischio per eventi trombotici, quali ipertensione arteriosa o abitudine al fumo di sigaretta, nei pazienti affetti da APS, dimostrando come tali fattori siano più frequenti nei pazienti rispetto ad un gruppo di controllo di soggetti non affetti da APS.

Infine, il nostro gruppo ha presentato i risultati relativi alla valutazione dell’attività di malattia nella nostre coorte di pazienti, in una osservazione di 2 anni. La nostra valutazione ha mostrato una bassa prevalenza di riacutizzazione di malattia e di malattia persistentemente attiva.

L’appuntamento per il prossimo European Meeting è fissato per il 2013 ad Atene.

 

Comments are closed.